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Set
06

Intervento in laparoscopia per trattare il cancro del retto

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Ad oggi, il trattamento chirurgico del cancro del retto eseguito attraverso la laparoscopia è stato dimostrato essere il gold standard mediante lavori scientifici condotti dai maggiori esperti e pubblicati su un ampio numero di riviste scientifiche. La dimostrazione poggia su numerosi elementi: la via laparoscopica è una tecnica chirurgica che permette di raggiungere gli stessi risultati in termini di curatività oncologica rispetto alla tecnica classica detta open, a cielo aperto, in particolare permette di:

  • Asportare il pezzo chirurgico comprendente il tumore.
  • Asportare un numero congruo di linfonodi finalizzati alla stadiazione della malattia.
  • Rispettare la distanza minima di sicurezza dei margini del viscere indenni rispetto alla posizione del tumore.
  • Eseguire un’interruzione precisa delle strutture vascolari responsabili della vascolarizzazione del segmento di viscere sede del tumore.
  • Ripristinare la continuità intestinale mediante il ricongiungimento dei monconi del viscere sezionato funzionalmente efficace.

Oltre alla radicalità chirurgica la laparoscopia presenta dei vantaggi in quanto permette senza ombra di dubbio una ospedalizzazione successiva all’intervento chirurgico estremamente ridotta rispetto alla tecnica open, come ridotto è l’uso dei farmaci antidolorifici, con una ripresa quasi immediata della mobilizzazione e dell’alimentazione, infine il rispetto dell’aspetto estetico del paziente è estremamente superiore alla tecnica open.

Laparoscopia per la chirurgia del tumore al retto

Nel dettaglio, il paziente candidato all’intervento chirurgico di resezione del retto laparoscopico viene sottoposto ad anestesia totale, posto in posizione supina con gli arti inferiori lievemente divaricati e messi sui cosciali. Al paziente viene posizionato un sondino naso gastrico, che permette lo svuotamento dello stomaco, e una sonda vescicale utile per il controllo del bilancio dei liquidi in entrata ed in uscita calcolata sulla base della quantità di urina raccolta.

L’intervento comincia con il posizionamento di sonde, dette trocars, lunghe circa 15 cm e larghe 5 o 10 millimetri, le quali permetteranno l’introduzione all’interno dell’addome del gas e dello strumentario chirurgico. I trocars vengono posizionati rispettivamente all’ombelico, al fianco destro e sinistro, alla regione iliaca destra e sopra il pube. I tagli che vengono eseguiti per il posizionamento delle sonde non superano il centimetro. Alla fine dell’intervento per permettere l’asportazione del viscere resecato, contenente il tumore, è possibile eseguire un taglio simile a quello utilizzato per il parto cesareo oppure, secondo le nuove ed avanzate tecniche chirurgiche e nel sesso femminile, attraverso la vagina.

Il primo step dell’intervento, con il paziente posto in una posizione tale da permettere lo scivolamento delle anse intestinali in parti dell’addome dove non viene pregiudicato lo scenario chirurgico e cioè a testa in giù con gli arti inferiori sollevati e sul fianco destro, è la legatura e sezione delle strutture vascolari che irrorano il viscere sede del tumore; questo perché impedisce la disseminazione delle cellule tumorali durante la manipolazione del viscere e permette il distacco del viscere interessato dal tumore.

A seguire, nel rispetto delle strutture anatomiche nobili poste in vicinanza del tumore, il viscere viene mobilizzato dalle strutture di sospensione dello stesso. Durante questa manovra, massima importanza si affida al rispetto dell’uretere, condotto che convoglia l’urina prodotta dal rene alla vescica, e delle strutture nervose deputate al corretto funzionamento della vescica e degli organi sessuali. Il ventaglio annessiale della porzione di viscere da asportare consente anche l’asportazione dei linfonodi il cui esame istologico è fondamentale ai fini di una corretta stadi azione del tumore ed alla conseguente terapia di supporto, radio o chemio che sia.

L’intervento procede poi con l’isolamento di parte o di tutto il retto a seconda del punto in cui si trova in tumore la sua resezione e la sua asportazione. La ricostituzione della continuità intestinale avviene attraverso l’unione dei due monconi viscerali, detta anastomosi, posti rispettivamente a valle ed a monte della porzione di intestino resecato, saldate tra loro attraverso una suturatrice meccanica grazie a delle agraphes metalliche in titanio assolutamente tollerate dal paziente.

All’intervento può conseguire il confezionamento di un ano preternaturale, stomia, generalmente al fianco destro, in genere temporaneo. Può essere previsto, e di ciò debitamente si informa il paziente, il confezionamento di un ano preternaturale o stomia definitivo se il tumore non permette la conservazione degli elementi sfinteriali. Il confezionamento eventuale di una stomia temporanea, viene prevista e debitamente spiegata al paziente anche attraverso l’illustrazione di immagini anatomiche ed al consenso informato: in genere questa cosa permette la buona tenuta dell’anastomosi riducendo al massimo il rischio di una complicanza assai temibile in questa tipologia di intervento che è la deiscenza dell’anastomosi, ovvero il distacco dell’unione dei due monconi viscerali da cui può nascere la peritonite da trattare chirurgicamente.

Complicanze laparoscopia

I rischi di complicanza più evidenti, oltre alla temibile deiscenza dell’anastomosi, sono:

  • le micro perforazioni intestinali,
  • il sanguinamento,
  • le raccolte materiale infiammatorio post chirurgico infette,
  • le polmoniti, che possono essere trattate con l’intervento chirurgico, con trasfusioni di sangue e terapia medica di tipo nutrizionale artificiale ed antibiotica a seconda il tipo di complicanza.

Tutti i tipi di complicanze vengono debitamente spiegate al paziente prima di essere sottoposto ad intervento dal chirurgo operatore ed il consenso informato è uno strumento di fondamentale importanza utile al paziente per comprendere una volta di più l’intero percorso pre, intra e post operatorio.

Degenza e post laparoscopia

L’ospedalizzazione o degenza è in media di circa 7 – 8 giorni e la ripresa delle attività sociali avviene in tempi molto più rapidi rispetto a quelli osservabili con la tecnica open. La collaborazione dello staff medico con il paziente è il presidio più importante della terapia: esso costituisce il cardine del successo finale anche e soprattutto in presenza di eventuali complicanze. Il dialogo, la trasparenza e la presenza del chirurgo garantiscono e rassicurano il paziente in ogni momento del percorso terapeutico.

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