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Fistola sacro-coccigea

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La fistola sacro-coccigea, conosciuta sin dai tempi dell’antica Grecia, viene definita anche come pilonidale, traendo origine dal termine latino pilus che significa pelo. In effetti la cisti sacro coccigea, che nella sua evoluzione diviene fistola sacro-coccigea, nasce dall’infiammazione di una ghiandola pilifera localizzata nel derma della regione sacro-coccigea, causata dal fatto che il pelo, prodotto dalla ghiandola, non affiora dal derma e pertanto rimane dentro la ghiandola stessa.

Sintomi della fistola sacro-coccigea

L’evoluzione del quadro patologico è caratterizzato dall’aumento di volume della ghiandola, la quale può raggiungere una grandezza simile a una noce, con uno strato esterno di consistenza aumentata, che contiene il pelo ed una certa quantità di pus. Il paziente avverte la presenza della cisti pilonidale per una sintomatologia caratterizzata da dolore ed arrossamento della cute in regione sacro coccigea associata o no a febbricola, accompagnata eventualmente da fuoriuscita di materiale sieroso corpuscolato di colorito giallognolo.

In quest’ultimo caso siamo allora di fronte alla fistola sacro-coccigea, quadro clinico evolutivo della cisti sacro-coccigea dove, attraverso una piccola fissurazione cutanea dovuta alla pressione esercitata dalla profondità dalla ghiandola stessa, si osserva la fuoriuscita del pus in essa contenuta. È quindi una malattia del derma e, spesso, per la cura viene richiesta la visita proctologica in virtù della sua vicinanza alla regione perineale posteriore.

La fistola sacro coccigea può eventualmente complicarsi, vale a dire possono evidenziarsi delle ramificazioni tali da raggiungere in alcuni casi anche la regione perianale, simulando in tutto e per tutto una fistola perianale, altro motivo per cui viene richiesto preferenzialmente l’intervento del proctologo.

A causa del fatto che il paziente, generalmente giovane di razza bianca, prevalentemente di sesso maschile ed irsuto, tende a minimizzare la sintomatologia, non è infrequente che l’osservazione di quadri avanzati di malattia avvenga presso il pronto soccorso. È in questa sede infatti che avviene la soluzione, sia pure parziale, della maggior parte delle fistole sacro-coccigee, consistente in un’incisione della cisti fistolizzata, previa minima anestesia locale, finalizzata al drenaggio del pus. Come esito, rimane una ferita aperta medicata con garze e pomate allo iodio, rimandando in un secondo tempo l’intervento chirurgico.

Cisti sacro-coccigea: l’intervento chirurgico

Alla luce di quanto detto, appare evidente come sia importante sottoporsi a visita proctologica all’esordio del quadro clinico, affinché si possano ridurre i rischi relativi ad un avanzamento e complicazione del quadro clinico. La terapia è dunque chirurgica e può avvalersi dell’ausilio di antibiotici, utilizzati per ridurre lo stato infiammatorio locale.

L’intervento chirurgico consiste nell’asportazione completa della cisti, del grasso sottocutaneo ad essa circostante e della cute che la comprende giungendo, quale limite estremo posto in profondità, alla fascia sacrale, rivestimento tenace e superficiale della colonna vertebrale. Rimane dunque una breccia che è possibile trattare in maniera diversa: i chirurghi plastici hanno aperto la strada, presa poi da alcuni proctologi, ai lembi di rotazione, lembi cutanei cioè in grado di ricoprire integralmente la breccia esito dell’asportazione della cisti sacro-coccigea. Generalmente i lembi offrono un risultato estetico ottimale, necessitando però di alcuni accorgimenti comportamentali da parte del paziente, tesi ad evitare che il lembo possa soffrire di strappi o tensioni lungo il margine di sutura, inficiandone il risultato finale.

La chiusura diretta della breccia è una tecnica assolutamente ben tollerata dal paziente ma, anche in questo caso, il rischio di deiscenza della ferita è alto. Infine si può scegliere di lasciar chiudere la breccia spontaneamente con l’ausilio di medicazioni specifiche, ciò comporta notevole sacrificio per il paziente che deve sottoporsi per circa venti, trenta giorni, a seconda delle proprie capacità di cicatrizzazione, a tali medicazioni, ma il risultato finale è ottimo e si riduce altresì il rischio di recidiva della malattia. L’intervento chirurgico viene generalmente eseguito in regime di day hospital chirurgico, utilizzando l’anestesia locale. È consigliabile dunque non minimizzare mai la sintomatologia e per questo è sufficiente sottoporsi a visita, all’apparire dei sintomi, anche presso il proprio medico curante.

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