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Cura della fistola perianale: nuova tecnica chirurgica con il Laser

La tecnica cosiddetta filac, indica la chiusura della fistola con laser CO2. È una tecnica chirurgica che utilizza in maniera ottimale le potenzialità del laser CO2, infatti la fotocoagulazione ottenuta mediante il fascio laser, reso più compatto per la restrizione del raggio, determina la soluzione della fistola senza ledere i fasci muscolari dello sfintere.

In questa maniera è possibile attuare la terapia chirurgica che permette:

  • l’utilizzazione dell’anestesia locale,
  • l’assenza assoluta di alterazioni funzionali dello sfintere,
  • una percentuale di guarigione della fistola molto significativa,
  • una netta riduzione delle recidive
  • lo svolgimento dell’intervento chirurgico in day hospital con notevole vantaggio in termini di comfort post operatorio e per la pronta ripresa delle attività sociali.

I dati osservabili in letteratura in particolare dall’esperienza pubblicata dal dott. Giamundo su “Colorectal Disease” del Febbraio 2014 dal titolo: “Closure of fistula in ano with laser – FiLaC™: an effective novel sphincter saving procedure for complex disease” , si evince che oltre il 73% delle fistole trattate con il laser giunge a guarigione con un possibile recidiva del 20% circa e lo 0% di alterazione funzionale degli sfinteri, dati questi migliorativi rispetto a quelli ottimi peraltro pubblicati per la Lift.

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Ho un forte bruciore all’ano, cosa posso fare?

Il bruciore anale talvolta viene avvertito come sintomo isolato; nella maggior parte dei casi chi lo avverte riferisce una sensazione molto fastidiosa, impossibile da controllare, che limita notevolmente la vita quotidiana nonché le relazioni sociali. I principali momenti in cui lo si avverte sono le tarde ore del pomeriggio, o subito dopo l’evacuazione. Il bruciore anale si può associare ad altri disturbi come per esempio l’ano umido, il prurito anale oppure il sanguinamento anale.

Il bruciore anale è un sintomo che spaventa il paziente, lo induce a chiedere a chiunque e con circospezione se e mai si sa come affrontare questo fatto, cosa prendere e soprattutto se sia mai capitato a qualcuno che poi abbia avuto a che fare con qualche brutto male. In realtà è piuttosto frequente che il bruciore ano rettale sia un sintomo che può o meno associarsi ad altri sintomi, appunto il sanguinamento dell’ano o il prurito anale, che benché distanti tra loro come valenza e significato, tuttavia derivano da un unico comune denominatore e non per forza una patologia a carattere maligno. Ad esempio, il più calzante, il colon irritabile determina diarrea con una o più evacuazioni giornaliere, cosa questa che a sua volta determina l’inizio di una serie di meccanismi che portano all’insorgenza di una ragade anale. Di qui il bruciore associato o meno al sanguinamento ed al prurito.

È quindi importante sottoporsi, senza alcun timore, a una visita proctologica: attraverso la raccolta delle informazioni fornite dal paziente circa i sintomi che accusa e le modalità di insorgenza, unitamente all’esplorazione digitale dell’ano retto si arriva ad una conclusione diagnostica chiara e quindi ad una corretta terapia. La visita colonproctologica è l’approccio più corretto per una chiara diagnosi e per conseguenza all’impostazione di una corretta procedura terapeutica.

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Visita Proctologica, perchè è importante?

Quando abbiamo dei sintomi come raffreddore, febbre, dolori addominali o tosse ci rivolgiamo subito dal medico e talvolta, per fortuna molto raramente, ci indirizzano verso malattie importanti come una polmonite, un’occlusione intestinale od altre patologie severe. Quando si manifestano innvece dei sintomi a carico del retto ano tendiamo a trascurarli e a rimandare l’approfondimento diagnostico, la comparsa di un bruciore anale, di un piccolo sanguinamento anale, la perdita di muco o un tenesmo spesso vengono frequentemente sottovalutati fino a che non divengono più intensi ed invalidanti.

La maggior parte delle volte tali sintomi sono dovuti a patologie benigne facilmente curabili con la semplice modifica dialcune abitudini di vita, altre volte richiedono approfondimenti diagnostici più importanti.

Nel trascurare tali sintomi gioca un ruolo importane la sede ed il pudore che si accompagana a tale localizzazione. E’ importante quindi che l’approccio con il medico sia il più riservato e rispettoso possibile e che si instauri un rapporto di fiducia. Tale rapprto parte dalla professionalità e serietà del proctologo.

Per ottenere una diagnosi esatta aiproblemi proctologici, sia che si tratti di emorroidi, che di una fistola anorettale o di un tumore del colon è necessario come primo passo effettuare un’accurata Visita Proctologica; essa può fornire delle informazioni importanti per spiegare i vostri sintomi, che molto spesso si ripetono fastidiosamente e sono un campanello di allarme, il proctologo dopo avere ascoltato attentamente il paziente circa il suo stato fisico e i vari disagi che lo colpiscono, porrà delle domande mirate sulle abitudini di vita e sulle modalità di comparsa dei sintomi.

Una volta raccolte tutte le informazioni che il proctologo riterrà utili si passerà alla visita vera e propria, dapprima l’ispezione della zona perineale quindi tramite l’anoscopio, uno strumento che permette l’esplorazione del primo tratto del canale anale si possono individiare ed osservare direttamente i segni di alcune patologie, si può ad esempio individuare un polipo del canale anale, si possono osservare delle emorroidi interne non visibili dall’esterno, si può individuare una patologia infiammatoria della mucosa anale, si può individuare l’orifizio interno di una fistola.

Bisogna quindi sempre riservare particolare attenzione a tutti i sintomi che si presentano: sanguinamento, bruciore anale , dolore anale, perché sono sempre indicativi di patologie che, se individuate procemente, possono essere trattate con terapie personalizzate e specifiche.

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Agopuntura e chirurgia del colon retto

È stato effettuato un interessante studio per valutare l’efficacia dell’agopuntura sul decorso postoperatorio dei pazienti sottoposti ad interventi di resezione laparoscopica del cancro del colon o del retto alto.

In un ospedale universitario di Honk Kong,  il Prince of Wales Hospital, dal 2008 a 2010 è stato condotto uno studio in cui a dei pazienti venivano effettuati dei cicli giornalieri di elettroagopuntura dal 1° al 4°giorno postoperatorio, contemporaneamente ad altre due serie di pazienti veniva effettuata un’agopuntura placebo oppure non veniva praticata alcun tipo di agopuntura.

L’elettroagopuntura si effettua facendo passare una debole corrente a 100 Hz tramite gli aghi da agopuntura una volta inseriti nei punti prefissati. Per agopuntura placebo si intende una falsa agopuntura in cui o si introducono degli aghi da agopuntura in dei punti non terapeutici oppure viene simulata l’inserzione dell’ago sempre facendo credere al paziente che si sta eseguendo una vera agopuntura. Rispetto al primo gruppo di pazienti gli altri due gruppi fungono da controllo per verificare se effettivamente la tecnica studiata è più vantaggiosa rispetto ad un trattamento fasullo o all’assenza di trattamento.

Nel gruppo dei pazienti trattati con agopuntura sono stati usati dei punti che si usano nel trattamento del dolore addominale, del gonfiore addominale e della stipsi, fra cui il 36 del meridiano dello stomaco, il 6 del meridiano della milza, il 4 del meridiano del grosso intestino ed il 6 del triplice riscaldatore. L’obiettivo primario dello studio era la valutazione del tempo intercorso tra l’esecuzione dell’intervento laparoscopico e la prima emissione di feci. Gli scopi secondari erano tra l’altro il tempo necessario alla prima assunzione di cibo solido ben tollerata, il tempo necessario per riuscire a deambulare autonomamente, la durata del ricovero in ospedale, la valutazione del dolore mediante una scala analogica visuale che prevede un punteggio da 0 a 10 nei primi tre giorni postoperatori e la quantità di analgesici usati per ottenere un buon controllo del dolore. I risultati ottenuti indicano che l’uso dell’elettrogopuntura riduce il tempo di paralisi intestinale postoperatoria, i pazienti trattati con questa metodica mediamente hanno una canalizzazione più precoce, deambulano prima dei pazienti che non sono stati sottoposti ad agopuntura, hanno una minore richiesta di farmaci analgesici oppioidi ed hanno anche il periodo di degenza postoperatoria più breve.

Questo studio ha necessità logicamente di altri approfondimenti per confermare i risultati e anche per valutare il rapporto costo/beneficio.

Electroacupuncture Reduces Duration of Postoperative Ileus After Laparoscopic
Surgery for Colorectal Cancer
Simon S. M. Ng, Wing Wa Leung, Tony W. C. Mak, Sophie S. F. Hon, Jimmy C. M. Li, Cherry Y. N. Wong, Kelvin K. F. Tsoi, and Janet F. Y. Lee
Gastroenterology. 2013;144(2):307-313.

Qui potete leggere l’articolo originale

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Cosa fare in caso di condilomi anali

I condilomi sono delle escrescenze cutanee acuminate, di colorito bianco madre perlaceo, del diametro di qualche millimetro, dovute all’infezione di un virus denominato papilloma virus o HPV appartenente alla famiglia dei Papovavirus. La famiglia dei Papova raccoglie una serie di sottofamiglie o ceppi, il cui grado di virulenza, che altrimenti identifica una sorta di capacità di aggressione esagerata del virus, determina l’estensione della malattia condilomatosa, nonché la capacità intrinseca di trasformarsi in quelle che, a seconda che la localizzazione si manifesti nella regione perianaleo vulvare o nella cervice uterina, vengono definite delle lesione neoplastiche intraepiteliali.

La condilomatosi ha come modalità di trasmissione la via sessuale ed è particolarmente evidente negli omosessuali. La riduzione delle forze immunitarie, come ad esempio avviene nei pazienti affetti da AIDS, e la capacità di virulenza specifica per ogni ceppo di papova virus, danno luogo ad una corrispondenza clinica di trasformazione dei condilomi in neoplasie locali all’anoderma o alla vulva o alla cervice uterina a seconda la localizzazione iniziale della malattia.

Curare i condilomi anali

Per questo quando il paziente sente con il tatto minime escrescenze perianali è opportuno che si sottoponga alla visita di un proctologo. La visita proctologica permette una diagnosi assai precisa confermata dall’ausilio dell’anoscopia, la cui utilità si manifesta in particolar modo per le forme di condilomatosi poste all’interno dell’ano, dunque non evidenti all’auto palpazione.

Il protocollo da seguire in primo luogo è l’asportazione chirurgica dei condilomi, ciò per ottenere una diagnosi istologica e la tipizzazione del ceppo. I ceppi appartenenti per esempio al gruppo 6, 11 hanno una spiccata virulenza e dunque un’intrinseca capacità di dare, in condizioni predisponenti favorevoli così come già detto, quelle neoplasie dette anali intraepiteliali – Anal Intraephitelial Neoplasia.

Successivamente è possibile sottoporre il paziente a terapia medica locale con creme, alcune delle quali con spiccata capacità chemioterapica, i cui scopi sono quelli di rafforzare l’azione chirurgica e di impedire la crescita di ulteriori condilomi. A seguire controlli a distanza in primo luogo dopo 3 mesi poi ogni 6 mesi per i primi 3 anni. È possibile inoltre associare, nella fase subito successiva alla terapia chirurgica, vaccini specifici per il Papova virus che ulteriormente contribuiscono al controllo della malattia.

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Prolasso emorroidario e del retto: come si cura, una nuova generazione di suturatrici meccaniche

Forte ed ampio è stato il dibattito tra i proctologi negli ultimi anni circa il modo migliore possibile di curare le emorroidi ed il prolasso del retto che le determina. In particolare, si parte dal presupposto che sanguinamenti dall’ano per emorroidi in pazienti con stipsi, sono causati dal prolasso del retto che a sua volta determina una congestione delle emorroidi. Queste, scivolando verso il canale anale o al di fuori di esso, al passaggio di feci dure possono sanguinare. In relazione al grado di scivolamento, possono causare anche prurito anale e ano umido.

La cura chirurgica indicata in questi casi e la così detta prolassectomia secondo Longo, dal nome dell’italiano che per primo ha ideato e messo a punto tale intervento. Si tratta di un lifting della parete del retto distale, teso a rimuovere il prolasso che determina da un lato la malattia emorroidaria e dall’altro la ostruita defecazione in particolar modo nelle donne. Tale lifting:

  • permette una disostruzione del lume rettale,
  • riporta le emorroidi al loro posto originario in maniera tale da permettere una guarigione dei sintomi quali sanguinamento, prurito anale e via discorrendo,
  • contribuisce ad un radicale miglioramento della qualità di vita.

Per l’elevato numero di recidive di malattia osservati in letteratura, ci si è posti il problema se eseguire un’asportazione più ampia del prolasso così da ridurne appunto il tasso di recidiva.

Prolasso del retto: cura con suturatrici meccaniche ad alto volume

Per l’esecuzione del prolasso, sono state adottate delle suturatrici meccaniche ad alto volume. Queste permettono una resezione del prolasso più ampia, con una sola macchina e non con due ovvero altri tipi di suturatrici che non garantissero appunto il pieno rispetto di una piena performanza della tecnica chirurgica, intesa sia come ottimale funzionalità e riduzione dei sintomi, sia dei rischi di complicanza post operatoria, soprattutto per ciò che concerne la così detta anastomosi, ossia il ricongiungimento dei segmenti rettali posti a monte ed a valle del cilindro rettale prolassato asportato.

La suturatrice meccanica ad ampio volume permette:

  • un più ampio resecato di prolasso rettale,
  • un miglior confort per il paziente in termini di miglioramento dei sintomi che hanno indotto l’intervento chirurgico,
  • una migliore performanza della tecnica chirurgica che appare più veloce e sicura,
  • una netta riduzione dei rischi di complicanza post operatoria.

Bisogna comunque ricordare che sarà il medico proctologo a porre le indicazioni all’uso di questa suturatrice rispetto ad un altro modello in base alle caratteristiche cliniche del prolasso in ogni singolo paziente.

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Gestione delle stomie – Stoma Care

Il termine stomia deriva dal greco e significa apertura “bocca”, ovvero l’abboccamento di un viscere o di una cavità dell’apparato digerente o urinario alla cute con la conseguente creazione di una comunicazione tra interno e l’esterno. L’igiene e l’apparecchiatura della stomia sono comunemente definite come “Stoma-care“.

Cos’è lo stoma care

Lo stoma care consiste in una serie di interventi che ci permettono di ottenere una corretta pulizia ed apparecchiatura della stomia per la prevenzione delle complicanze cutanee e stomali e una altrettanto corretta buona adesività del presidio.

L’obiettivo di una corretta gestione del presidio stomale sono:

  • Mantenere la cute peristomale integra;
  • Impedire l’infiltrazione degli effluenti al di sotto della placca;
  • Mantenere in situ il presidio per il tempo prestabilito;
  • Favorire il benessere psico-fisico della persona stomizzata permettendogli unadeguato adattamento al nuovo schema corporeo.

La cura e la riabilitazione del paziente stomizzato fanno parte di un percorso che prevede un importante lavoro di equipe, dove per lavorare bene occorre condividere concetti chiari di pianificazione assistenziale. Innanzitutto con lo stoma care dobbiamo rispondere al bisogno di integrità cutanea in zona peristomale, al bisogno di conoscenze relative alla corretta gestione della stomia, al bisogno di sicurezza e rinforzo psicologico e lo possiamo fare educando la persona a una corretta gestione della stomia stessa, scegliendo insieme a lui la protesi più adatta e intervenendo con specifici trattamenti in caso di complicanze.

Tutto questo ci porta al conseguimento dell’obiettivo principale che è l’autonomia della persona, evitando le complicanze da stoma care non corretto, evitando gli sprechi di materiale protesico (dal momento che c’è un quantitativo obbligatorio di fornitura mensile).

Lo stoma care entra a far parte di un percorso educativo che l’infermiere esperto (stomaterapista) inizia con la persona candidata al confezionamento di una stomia e la sua famiglia (care-giver), fin dal pre-operatorio.

Secondo la definizione dell’OMS

l’educazione terapeutica consiste nell’aiutare il paziente e la sua famiglia a comprendere la malattia e il trattamento, a collaborare alle cure, a farsi carico del proprio stato di salute ed a conservare e migliorare la propria qualità di vita.

L’intervento educativo deve favorire il raggiungimento dell’autonomia, migliorare le conoscenze, le abilità necessarie alla persona o al care-giver, per meglio gestire la nuova situazione in modo da poter raggiungere una soddisfacente qualità di vita.

La presa in carico del paziente nella fase preoperatoria, prevede, come per qualsiasi intervento chirurgico, che vi sia un accertamento clinico (esami ematici, strumentali ecc), infermieristico specifico (preparazione fisica, intestinale e psicologica) e un colloquio per l’ individuazione del care-giver e per attuare il disegno preoperatorio finalizzato a una corretta posizione della stomia sulla parete addominale. Queste procedure sono indirizzate a Colostomizzati, Ileostomizzati e Urostomizzati.

Procedura stoma care

Per un corretto stomacare dobbiamo preparare il seguente materiale:

  • Sacchetto per i rifiuti
  • Acqua tiepida di rubinetto
  • Sapone neutro
  • Panno carta
  • Calibratore di stomia
  • Forbici a punte arrotondate
  • Idoneo presidio di raccolta a uno o due pezzi.

La procedura prevede la rimozione del presidio dall’alto verso il basso tenendo la cute con le dita per evitare così di trazionare troppo la cute peristomale; detersione della cute peristomale dall’esterno all’interno per le colostomie e le ileostomie, al contrario dall’interno all’esterno per le urostomie, con acqua tiepida e sapone neutro; risciacquo con le stesse modalità; asciugare la cute tamponando per evitare così arrossamenti o lesioni traumatiche; misurare il calibro dello stoma con il calibratore; ritagliare il foro della placca adattandolo al diametro dello stoma (massimo 2 mm più largo); è possibile utilizzare ausili per la protezione cutanea (film protettivi o pasta); procedere all’applicazione del presidio facendolo aderire dal basso verso l’alto, appoggiando prima il lato inferiore del foro alla base dello stoma.

Naturalmente se si utilizza un presidio in 2 pezzi la procedura prevede prima il distacco della sacca, poi della placca e nell’applicazione prima la placca con le stesse modalità del monopezzo e poi la sacca. Sono assolutamente da evitare disinfettanti di ogni tipo, etere, alcool, benzina o cloro derivati.

Per quanto riguarda i consigli alimentari, è importante che le persone comprendano soprattutto quali sono gli effetti dei singoli alimenti sull’apparato gastro- intestinale.

Presidi per lo stoma care

Il presidio ideale dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

  • perfetta adesività
  • protezione della zona peristomale
  • assenza di residui alla rimozione
  • anallergicità
  • impermeabilità totale ai liquidi e agli odori
  • silenziosità
  • discrezione.

La procedura per la gestione della stomia prevede una prima apparecchiatura in sala operatoria con presidio 2 pezzi con placca a protezione integrale e sacca trasparente per meglio monitorare lo stato dello stoma nelle prime 48 ore post-operatorie; una prima sostituzione del presidio dopo 48 ore dall’intervento chirurgico e un precoce coinvolgimento nello stoma care del paziente e/o care-giver.

  • Per le colostomie avremo sacca a fondo chiuso,
  • per le ileostomie sacca a fondo aperto,
  • per le urostomie sacca con valvola di scarico.

Tutti e tre i tipi possono essere 2 pezzi o monopezzo. Alla dimissione occorre accertarsi che il paziente sia in grado di autogestirsi o che ci sia un care-giver in grado di farlo, nell’eventualità che il paziente non abbia le capacità manuali o altre problematiche che ostacolino l’apprendimento; si consegna il materiale informativo cartaceo (opuscoli informativi) riguardanti lo stoma care, consigli alimentari; sufficienti presidi per affrontare i primi giorni a domicilio in attesa della fornitura mensile conseguente al piano terapeutico compilato dallo stomaterapista che gli permetterà di ricevere gratuitamente il materiale; gli si daranno indicazioni sulla possibilità di fare la doccia o andare al mare, sulla necessità di portare con sé un borsello con il minimo necessario per un cambio se si esce di casa ma soprattutto fondamentale dare riferimenti sul centro di stomaterapia più vicino con numeri di telefono concordando il primo controllo ambulatoriale.

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Colon irritabile, una patologia sfuggente

Il colon irritabile è una patologia funzionale, cioè una situazione in cui non esistono delle precise alterazioni anatomiche evidenziabili con un esame visivo diretto o con prelievi bioptici. In quanto tale, la diagnosi è essenzialmente clinica, basata sulla raccolta delle informazioni (anamnesi), sulla visita e sugli esami tesi a escludere altre patologie.

Sintomi del colon irritabile

Tale patologia è caratterizzata da dolori addominali, senso di gonfiore addominale, alterazioni dell’alvo come diarrea o stipsi.  Nel secolo scorso era una diagnosi molto frequente e rappresentava quasi uno status sociale, attualmente per porre una diagnosi di colon irritabile, dopo aver raccolto una accurata storia clinica, vanno escluse tutta una serie di patologie che possono causare i medesimi disturbi. Anche se questa patologia riconosce alcuni fattori psicogeni legati allo stress e all’ansia non va erroneamente interpretata come una “malattia immaginaria”, deve anzi essere diagnosticata e inquadrata correttamente per poter attuare tutti i rimedi e le terapie adeguate per migliorare la qualità di vita del paziente che talvolta può essere talmente alterata da compromettere la normale attività lavorativa e sociale.

Cause del colon irritabile

Il colon irritabile o Sindrome del colon irritabile viene anche definita colon spastico ed è una patologia relativamente frequente, si ritiene che in Italia ne sia affetto il 10% della popolazione. Tale sindrome è caratterizzata, come già accennato sopra, da dolori addominali, diarrea o stipsi o entrambe. Può anche essere presente gonfiore addominale. Non vi sono alterazioni organiche della mucosa intestinale, ma la sintomatologia e la necessità di andare frequentemente al bagno durante la giornata possono compromettere seriamente la normale attività lavorativa ed di relazione.

Le cause della sindrome da colon irritabile sono attualmente sconosciute, anche se vi sono alcune teorie che ritengono che alla base di questo disturbo vi sia un’alterazione della controllo o regolazione dell’intestino da parte del cervello. Vi sono comunque dei fattori che possono scatenare o favorire la manifestazione di questa disfunzione.

Generalmente questa patologia è più frequente nella donna che nell’uomo e si manifesta per la prima volta verso i 20 – 30 anni, è rara la comparsa dopo i 50 anni. Una storia familiare di sindrome del colon irritabile predispone statisticamente ad una maggiore incidenza. Va inoltre notato che talvolta è associata a sindromi ansioso depressive.

Questa malattia non ha delle caratteristiche anatomopatologiche specifiche e quindi la diagnosi è essenzialmente clinica, si basa prevalentemente su un’accurata raccolta da parte del proctologo o del medico curante della storia clinica completata laddove sia necessario da alcuni accertamenti, come ad esempio una colonscopia, per escludere altre patologie.

Lo stress può essere un fattore scatenante i disturbi caratteristici della sindrome da colon irritabile e a sua volta la necessità di andare continuamente al bagno può costituire un fattore causa di stress.

Rimedi al colon irritabile

È importante riuscire ad individuare quali fattori possono scatenare la sintomatologia, benché non vi siano specifici alimenti o farmaci che siano la causa di questa sintomatologia si dovrebbe porre attenzione alla correlazione con l’assunzione di certi cibi o farmaci che nel singolo individuo possano essere riconosciuti come fattore di innesco.

In linea generale si possono fornire dei consigli dietetici che sono comunque la base per ogni corretta alimentazione, cioè l’assunzione di acqua in quantità adeguata durante la giornata, almeno 1 litro e mezzo, cibi contenenti fibre, evitare l’assunzione di caffè, alcool e cibi grassi; naturalmente se si individuano degli alimenti scatenanti la sindrome andranno eliminati dalla dieta. Anche l’uso dei probiotici può essere di aiuto nel controllo della sintomatologia diarroica.

L’uso di farmaci antidiarroici o lassativi va effettuato con cautela e solo con prescrizione medica, non effettuate nessuna terapia a tempo indeterminato senza frequenti controlli dal vostro medico, perché entrambi questi tipi di farmaci possono dare degli effetti collaterali se assunti per lunghi periodi o cronicamente.

Un’attività fisica moderata può contribuire a dare un maggiore senso di benessere ed una riduzione dello stress che possono aiutare nel controllo della sintomatologia. Altri strumenti di supporto possono essere costituiti dall’ipnosi, dal biofeedback e da tecniche di rilassamento.

È importante sottolineare che la sindrome da colon irritabile dopo le prime fasi di esordio con acuzie e fasi più quiescenti nel tempo tende a stabilizzarsi, è una patologia benigna e non evolve assolutamente in patologie più gravi come la rettocolite ulcerosa od il tumore del colon.

Chiarite qualunque dubbio con il proctologo o con il vostro medico curante.

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Il ruolo della Terapia Nutrizionale nel malato oncologico sottoposto a chemio e/o radioterapia

Il paziente oncologico può presentare durante le varie fasi della malattia una perdita di peso corporeo involontaria e progressiva. La perdita di peso in alcuni pazienti è secondaria ad una riduzione dell’introito alimentare, in altri, alla ridotta introduzione di alimenti, si associano delle alterazioni metaboliche specifiche indotte dall’interazione tra il tumore e l’organismo.

Nei casi secondari solo alla riduzione dell’introito di cibo si configura un quadro di malnutrizione reversibile, nei casi in cui si associa un’alterazione del metabolismo, si configura una malattia complessa che prende il nome di “anoressia-cachessia neoplastica” difficilmente reversibile.

La malnutrizione a torto viene considerata una condizione associata solo agli stadi terminali della malattia tumorale. Una perdita di peso durante gli ultimi 12 mesi uguale o maggiore del 5%, rispetto al peso abituale prima di ammalarsi, deve essere considerata significativa per una condizione di malnutrizione. La prevalenza globale di malnutrizione nei pazienti affetti da tumore varia tra il 30 ed il 90% in rapporto al tipo, localizzazione, grado, stadio ed estensione della neoplasia, dei trattamenti oncologici, dell’età, del sesso e della predisposizione individuale. Il 33% dei pazienti che deve iniziare un protocollo chemio o radioterapico presenta già una condizione di malnutrizione alla diagnosi di tumore.  I pazienti con elevato rischio nutrizionale sono quelli affetti da neoplasia del Pancreas, Stomaco, Testa-Collo, Esofago, Polmone e Colon-Retto.

Conseguenze della malnutrizione nei malati di cancro

Nei pazienti oncologici sottoposti a chemio e radioterapia le conseguenze della malnutrizione sono rappresentate da:

  • Perdita di peso involontaria e progressiva
  • Perdita della massa muscolare
  • Riduzione del tessuto adiposo
  • Anemia
  • Affaticamento
  • Peggioramento della qualità di vita
  • Ridotta tolleranza ai trattamenti oncologici
  • Rischio di sospensione del trattamento oncologico pianificato
  • Necessità di frequenti ricoveri ospedalieri
  • Maggiore morbilità durante i trattamenti
  • Prognosi più sfavorevole a distanza
  • Peggiore outcome

È illusorio pensare di trattare la malnutrizione semplice o la cachessia neoplastica solamente con la somministrazione di farmaci senza un tempestivo, adeguato e sistematico supporto nutrizionale.

Dott. Giorgio Capuano
Dipartimento di Chirurgia
Servizio di Nutrizione Clinica
Ospedale San Pietro – Fatebenefratelli – Roma
giorgio.capuano@fastwebnet.it
capuano.giorgio@fbfrm.it
www.nutrizioneoncologia.it

Dolore da emorroidi, cosa fare e cosa non fare

Spesso quando insorge un fastidio nella zona perianale, accompagnato o meno da sanguinamento, si cercano i rimedi più vari per eliminare questa fastidiosa sintomatologia, ma è sempre corretto quello che si fa o ancora peggio quello che ci consigliano di fare? Non è mai banale ricordare che il primo passo da fare quando si ha una sintomatologia della zona perianale caratterizzata da bruciore, sanguinamento, prurito è la consultazione di un medico, possibilmente uno specialista proctologo per definire essenzialmente la diagnosi corretta. Partendo da un giusto inquadramento del problema è possibile applicare il corretto rimedio.

L’alimentazione

In primo luogo è importante considerare l’aspetto nutrizionale che è valido anche per altre patologie proctologiche come stipsi o ragadi anali, in quanto è valido il principio del mantenimento di una massa fecale valida e morbida. L’intestino per consentire un buon transito, assorbimento ed eliminazione delle sostanze alimentari, a prescindere dalle singole patologie individuali, ha bisogno di un apporto alimentare con alcune caratteristiche fondamentali: poca carne, fibre, verdura, frutta e cereali  e di un adeguato apporto idrico, circa 2 litri di acqua al giorno. Devono essere evitati o limitati alcuni tipi di alimenti che possono essere irritanti come alcool e superalcolici, alcune spezie piccanti come pepe e paprika, caffè, tè,  bibite gasate, insaccati, formaggi, scatolame,  grassi animali, fritture, cioccolato. Vanno anche evitati altri alimenti che hanno una funzione astringente che possono provocare un eccessivo indurimento della massa fecale ed aumentare in tal modo la sintomatologia dolorosa durante la defecazione. Spesso quando si ha una patologia dolorosa dell’ano si tende a mangiare di meno e a bere di meno per paura di andare di corpo e quindi esporsi al dramma doloroso della defecazione. È invece importante mantenere un buon transito delle feci nell’intestino e fare in modo che queste siano morbide anche intervenendo a livello del canale anale in modo che l’atto dell’evacuazione non sia doloroso. A tale scopo sono utili creme lubrificanti con delle sostanze anestetiche e lenitive che aiutano espellere le feci riducendo al minimo la sintomatologia dolorosa. È importante lavarsi spesso e applicare la crema prima e dopo la defecazione.

La defecazione

Da non trascurare la posizione durante la defecazione, il modo più naturale di espellere le feci è la posizione accovacciata (squatting), tale assetto è possibile tenerlo solo nei bagni cosiddetti alla “turca” e nelle moderne toilettes abbiamo normalmente la tazza, per diminuire lo sforzo e quindi la pressione sulle emorroidi si dovrebbero tenere i talloni sollevati – meglio se con un appoggio sotto i piedi – e tenendosi con le mani sotto il bordo della tazza fare trazione per aiutarsi. Con queste manovre si aiuta il rilasciamento dello sfintere anale e migliora l’espulsione della massa fecale.

 

L’igiene intima

Dopo la defecazione la pulizia dell’ano con la carta va eseguita delicatamente, per quanto banale possa sembrare questa accortezza evita l’ulteriore aggravamento di una sintomatologia già di per se stessa fastidiosa, potrebbe essere utile usare dei fazzoletti imbevuti per neonati con movimenti lievi come se si usasse un tampone anziché adoperare movimenti energici che non producono altro che un’ulteriore irritazione delle emorroidi già infiammate.

Sono da evitare, come è intuitivo, lavaggi con acqua eccessivamente calda della zona interessata dalla patologia dolorosa, ma è anche assolutamente da evitare il lavaggio delle emorroidi congeste con acqua fredda poiché a fronte di un apparente refrigerio la vasocostrizione provocata dalla bassa temperatura porta ad un ulteriore peggioramento della congestione dei vasi emorroidari. È invece utile il lavaggio con acqua appena tiepida che ha la funzione di pulire la zona interessata e quindi rimuovere il materiale irritante costituito da residui fecali e secrezioni, causa a sua volta dell’aggravamento della sintomatologia.

Dopo il lavaggio della zona anale per asciugare è consigliabile tamponare con un piccolo asciugamano ed evitare assolutamente di strusciare la zona infiammata.

La postura

Nonostante il fastidio sia intenso bisogna assolutamente evitare di rimane fermi, in stazione eretta o seduta, troppo a lungo. La pressione nei vasi emorroidari durante i periodi di immobilità aumenta e peggiora la sintomatologia, quindi se è importante l’attività fisica per prevenire la manifestazione della malattia emorroidaria, anche nella fase acuta il movimento ha un ruolo importante nel controllo della sintomatologia.

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